La proposta è semplice: applicare una tassa minima sui profitti delle società concordata a livello globale fra gli stati. È stata avanzata nell’importante contesto del G20 che raccoglie le più importanti economie mondiali. I paesi che ne fanno parte, compresa l’Unione Europea, rappresentano l’80% del Prodotto Interno Lordo mondiale, il 75 % del commercio globale e il 60 % della popolazione del pianeta.

Quello che sorprende è che a farla sia stata Janet Yellen, Ministro del Tesoro USA. La già presidente della Federal Reserve ha avuto il merito di motivarla elencando le storture generate dal sistema economico a stelle e strisce. Crescita economica a discapito dell’ambiente. Innovazioni tecnologiche sono state introdotte senza valutarne l’impatto e senza tenere conto delle necessità di accompagnare ai cambiamenti i lavoratori e il sistema scolastico. Il commercio utilizzato come leva per la crescita economica trascurando di farsi carico di chi ne era escluso.

Queste denunce trovano riscontro nei numeri delle disuguaglianze globali. Nel 2019 negli USA il 10% della popolazione più ricca aveva il 45 % del reddito nazionale. In Africa e nei pesi del sud del mondo, le disuguaglianze sono ancora più marcate, soprattutto se associate a fame, malnutrizione e sottosviluppo. Per questo alla tassa sui profitti delle multinazionali si dovrebbe affiancare un meccanismo di ridistribuzione che includa anche i paesi poveri.

Per attirare attività produttive si è ridotta ai minimi la pressione fiscale in una corsa al ribasso fra stati che arreca danni enormi all’ambiente e nuoce gravemente alle persone in termini di sfruttamento dei lavoratori e diritti negati. Questo è avvenuto ed avviene soprattutto nei paesi poveri, in particolare dove l’agricoltura è monocoltura intensiva e l’industria si “sviluppa” nelle zone industriali di esportazione lasciando solo briciole sui territori sfruttati. 

Tecnicamente difficile, se questa armonizzazione globale della tassa sui profitti si realizzasse, come si evince dalla proposta della Yellen che verrà applicata dagli USA, rappresenterebbe uno strumento concreto per “gestire” la globalizzazione riducendone gli effetti collaterali. Questa imposta potrebbe essere un volano per lo sviluppo globale se i paesi ricchi, a loro volta, dividessero le imposte prelevate alle multinazionali con quelli poveri, che si vedrebbero restituite almeno in parte quanto depredato loro.

Ripensando la solidarietà internazionale si potrebbe fare un mondo migliore, ma il risultato si otterrebbe solo se gli stati agissero insieme.

Raoul Mosconi