La testimonianza di Chiara Didonè

Ci siamo fatti raccontare da Chiara Didonè, volontaria del Servizio Civile, la sua esperienza in Tanzania, presso il villaggi di Matembwe e Lupembe, nel distretto di Njombe. In queste zone, il problema della malnutrizione colpisce intere famiglie e comunità, soprattutto nelle zone rurali.

Per questo Chiara si è unita a CEFA per portare avanti un progetto di sviluppo agricolo, coinvolgendo gli agricoltori tanzaniani, per migliorare non solo le tecniche di coltivazione utilizzate nei campi, ma anche per aiutare internamente le cooperative agricole attraverso una serie di formazioni gestionali.

Abbiamo avuto l’opportunità di farle qualche domanda per comprendere meglio la sua esperienza con il Servizio Civile Universale

Ciao Chiara, quando hai capito di voler diventare volontaria del servizio civile universale?

Nel 2020 sono andata in Uganda per svolgere un tirocinio in un’organizzazione non governativa e fare ricerca tesi, più per cercare di capire una realtà diversa che per avvicinarmi al mondo della cooperazione internazionale. In quei 5 mesi ho imparato ad amare un nuovo modo di vivere e di vedere il mondo, sentendomi sempre a casa. Molte volte mi sono sentita impotente, altre invece utile. Al mio rientro in Italia sentivo che il mio posto non era quello: volevo ripartire, ma questa volta per più tempo e con un’organizzazione più solida e strutturata alle spalle.

Raccontaci una tua giornata tipo

Lavoro su un progetto grande che coinvolge molte cooperative di agricoltori: la giornata tipo quindi mi vede sul campo con i colleghi a portare avanti specifiche attività. Se non sono sul campo, sono in ufficio a cercare bandi per finanziare nuovi progetti e fare ricerca per scrivere progetti. Quando invece non sono né sul campo né in ufficio, mi trovate dalla sarta del villaggio a scegliere stoffe e a fare pratica di swahili spiegandole come voglio le gonne!

All’inizio è stato difficile inserirsi nella comunità?

Avendo alle spalle l’esperienza in Uganda, sono partita senza paure o ansie. Ho fatto però l’errore di dare per scontato che mi sarei integrata già dopo pochi giorni, come avvenne in Uganda. Ma Matembwe non è Gulu: la gente qui parla solo swahili e all’inizio non riuscivo a comunicare. Mi sono ritrovata a pormi mille domande: sarei riuscita a integrarmi? Perché ho tutte queste difficoltà? Ma semplicemente mi dovevo dare il tempo di imparare la lingua per andare oltre la barriera linguistica. 

Raccontaci la cosa più bella che ti porti a casa da questa esperienza

Non ho dubbi nel rispondere. La cosa più bella è l’accoglienza delle persone incontrate finora: sono arrivata che nelle cooperative con cui lavoriamo mi chiamavano “mzungu” (parola utilizzata per indicare i bianchi) e ora sono “Dada” (sorella) Chiara. 

Quali progetti hai per il futuro, dopo aver terminato il periodo di servizio civile?

Voglio continuare su questa strada perché la sento mia. Dove voglio essere a luglio 2022 dopo la fine del servizio? In Tanzania a lavorare su un progetto di cooperazione allo sviluppo. Il mio sogno sarebbe occuparmi di sicurezza alimentare e climate-smart agriculture

Che consiglio daresti ai futuri volontari?

Partite con cuore e mente leggeri
Siate privi di aspettative (davvero!).
Non focalizzatevi su ciò che non funziona ma provate a capire cosa potreste fare voi per far andare meglio le cose
Sospendete ogni giudizio.
Lasciatevi affascinare da ogni minimo dettaglio.
All’inizio, datevi tempo. Di integrarvi, di comprendere. 

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