L’immagine che tutti hanno dell’Africa è non solo di un continente in larga parte sottosviluppato, ma anche in continuo conflitto armato tra etnie. Come già scriveva Kant nel 1795, lo spirito del “commercio” (parola che indicava generalmente l’attività economica) non può co-esistere con la guerra e gli stati, se vogliono prosperare, saranno spinti alla pace non per motivazioni morali, ma per poter migliorare le loro condizioni economiche. Non è stato facile in nessun luogo arrivare a questa consapevolezza e certamente l’Europa non è stato un modello. Ma dopo la fine della devastante Seconda Guerra Mondiale, è stato avviato un processo di archiviazione dei conflitti attraverso istituzioni condivise che toglievano spazio alla divergenza distruttiva di opinioni. Fra queste istituzioni, un mercato unico senza dazi è stato fondamentale per avvicinare i cittadini e le imprese di paesi diversi e attivare reti, infrastrutture, processi di fusione e strategie comuni.

Il 1° gennaio 2021 con l’AfCFTA, l’Africa si è ufficialmente messa su questo percorso. In verità, dal 1963 in poi si erano visti vari tentativi di creare aree di libero scambio fra alcuni stati africani, ma nessuno aveva davvero funzionato perché troppo limitato dall’arretratezza in cui ancora l’Africa si trovava. Solo il 3% del commercio mondiale è localizzato in Africa e solo l’8% delle esportazioni dei paesi africani sono dirette ad altri paesi africani. Secondo la Banca Mondiale, una semplificazione burocratica e una generale apertura degli scambi interni può generare un notevole aumento di questi numeri. L’accordo potrebbe davvero rimodellare i mercati e le economie del continente africano, portando alla creazione di nuove industrie e all’espansione di settori chiave. Si tratta di un accordo preparato fin dal 2012, a cui alcuni dei paesi africani si erano inizialmente opposti, ma poi accettato da tutti ad eccezione dell’Eritrea, a causa del suo stato di guerra con l’Etiopia. Ora che la pace fra questi due paesi è stata raggiunta, anche l’Eritrea ci si aspetta che partecipi.

L’AfCFTA è un primo passo per superare particolarismi e egoismi nazionali e copre il 90% del commercio africano. Esso verrà attuato per tappe successive, perché non sarà facile smantellare le procedure burocratiche in esistenza, e poi perché gli obiettivi che si vuole raggiungere sono più ambiziosi. Il primo obiettivo successivo sarà l’Unione doganale. Ricordo che le aree di libero commercio tolgono le barriere doganali interne, ma lasciano ciascun paese libero di negoziare accordi di commercio con l’esterno, mentre l’unione doganale rende i paesi solidali nel negoziare accordi con l’esterno. È ovvio che un passaggio all’unione doganale renderebbe l’Africa molto più forte nei negoziati internazionali rispetto ai singoli paesi, così come succede all’Unione Europea, che è un’unione doganale. Ma all’unione doganale potrebbero far seguito tanti altri accordi, fra cui la libera circolazione di persone e capitali e una moneta unica, sul modello della UE. 

Il segretario generale dell’AfCFTA Wamkele Mene ha commentato alla presentazione dell’accordo: “questo non è solo un accordo di commercio, ma la nostra speranza di far uscire l’Africa dalla sua povertà”. Molti altri fattori dovranno concorrere a questo obiettivo, ma certamente questo “mattone” è strategico.