A un anno dall’inizio del conflitto civile che ha visto le regioni del Nord dell’Etiopia impegnate contro le forze governative, sono oltre 4,5 milioni le persone sull’orlo di una catastrofica carestia alimentare, migliaia le vittime, e milioni i dispersi. Nell’attesa e speranza di una solida facilitazione alla promozione di uno sforzo diplomatico da parte della comunità internazionale per il raggiungimento di un cessate il fuoco, il nostro lavoro sul campo continua. Per capire meglio la situazione, e comprendere tutte le precauzioni prese dalla dichiarazione dello stato di emergenza ad oggi, abbiamo parlato con Riccardo Rabita, nostro cooperante ad Addis Abeba.

Qual è la situazione nella capitale e che cosa è cambiato in queste ultime due settimane?

Con l’avvicinamento dei gruppi ribelli alla capitale, il 2 novembre è stato dichiarato lo stato di emergenza. Dopo il generale allarme iniziale, possiamo dire che ad oggi la situazione non è andata peggiorando. Noi abbiamo dovuto prendere alcune precauzioni tra cui il molto sofferto rimpatrio dei ragazzi volontari del servizio civile. Ricordo che i giorni successivi alla dichiarazione di emergenza in giro per la città c’era una forte calma, quasi eccessiva. Le strade erano deserte e non si trovavano più persone in giro dopo una certa ora. Dopodiché sono cominciate ad arrivare tutte le notizie di perquisizioni e controlli. Ora siamo tornati ad una vita più o meno normale, normalizzando la maggiore presenza militare e i maggiori controlli. Questo però è inevitabile che abbia impatto anche sulle attività e sui progetti.

Come ci si sta adattando infatti alle nuove misure di precauzione?

Ogni regione sta attuando proprie misure. Noi qui in Etiopia abbiamo due aree di progetto, una a Wolisso e l’altra a Soddo. Le direttive regionali comprendono limitazioni nei movimenti e coprifuoco serale. Naturalmente stiamo cercando di adattarci in modo da garantire più continuità possibile ai progetti. Sospendere le attività significherebbe avallare una certa instabilità: da un lato lavoriamo per garantire la sicurezza dei nostri collaboratori e delle comunità, prendendo tutte le misure e precauzioni necessarie, dall’altro dobbiamo fare il possibile per esserci ed andare avanti. Il grosso ostacolo di questo periodo è proprio trovare questo equilibrio.

Come si sta muovendo la cooperazione internazionale per rispondere a questa situazione?

C’è un dialogo continuo fra tutte le realtà presenti, stiamo infatti cercando di capire insieme quali sono le misure migliori da prendere. Riguardo alle reazioni di queste ultime settimane, nell’ambito della cooperazione italiana, siamo rimasti più o meno tutti presenti nel paese. Molte scuole internazionali hanno chiuso o hanno dovuto adottare sistemi di didattica a distanza per garantire continuità. Lo stesso succede nella cooperazione e all’esigenza ci si adatta per continuare a lavorare sulla giusta strada.

In una simile situazione, quanto conta restare sul campo e quanto invece è importante attendere una tregua per riprendere il lavoro?

Priorità è la sicurezza. Noi siamo qui per le comunità e in questo senso è importante restare, anche per dare questo segnale e provare a capire quali sono le dinamiche e cercare di essere un riferimento, senza pensare solo a noi e allarmarci lasciando le cose a metà. Qualora poi, oggettivamente, la situazione dovesse precipitare, a quel punto lo diventerebbe anche per il nostro staff locale. Siamo parte di un processo, e bisogna continuare a lavorare insieme.

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