15 Novembre 2021

L’ingiustizia continua ed è il Pianeta ad essere in pericolo

Quando hai sete il bicchiere d’acqua lo vedi sempre mezzo pieno. Ogni accordo e collaborazione fra gli stati è positivo per i poveri di ogni
nazione. Guardando la COP26 di Glasgow con gli occhi del CEFA, si fa buon viso a cattivo gioco perché si continuerà a perpetrare l’ingiustizia verso coloro che inquinano di meno, che saranno anche quelli che hanno pagato e pagheranno il prezzo più alto di un accordo al ribasso. Ma non possiamo fare a meno gli uni degli altri, perché nessuno si salva da solo.

In realtà a rimetterci saremo tutti perché, l‘allungamento dei tempi e le misure poco incisive che caratterizzano l’accordo finale della COP26, porteranno effetti negativi a numerosi regioni del pianeta, come quella del Mediterraneo, che se non sono stimabili nei tempi e nei modi sono certi negli effetti. Le produzioni agricole hanno da tempo ridotto le rese per ettaro e sono esposte ad eventi climatici estremi che determineranno la perdita delle colture stesse nelle aree dove crescono da sempre. Piccoli produttori agricoli, allevatori e soprattutto i poveri non hanno strumenti, risorse e conoscenze, per gestire una variabilità climatica che è oramai patologica: uragani in Mozambico che si portano via raccolti e opportunità; siccità in Etiopia a cui si aggiunge una guerra civile che sta diventando catastrofe umanitaria.

I 100 miliardi di dollari che già dal 2020 dovevano essere erogati ai paesi a basso sviluppo maggiormente esposti a questa crisi non sono stati trovati, si troveranno, ma l’ingiustizia continua ed è il pianeta ad essere in pericolo.

Il lavoro del CEFA è continuare a realizzare progetti e fornire aiuti che sono importanti per le comunità locali che dimostrano una grande resilienza e non perdono la speranza nel futuro. Condividere dolori e speranze degli abitanti del sud del mondo ci spinge chiedere giustizia climatica e a impegnarci per realizzarla con concretezza e responsabilità.

Non siamo soddisfatti ma vogliamo esserci per promuovere il cambiamento necessario che richiede più coraggio e reale cooperazione allo sviluppo.

Raoul Mosconi – Presidente CEFA
presidente@cefaonlus.it

8 Novembre 2021

Alcune prime riflessioni

Una copertura mediatica al limite della propaganda ha accompagnato il G20 svoltosi a Roma nei giorni scorsi. L’incontro, la cui rilevanza sarà misurata dai fatti e non dall’auditel, ha avuto il merito di resuscitare il multilateralismo. A detta dei partecipanti, politiche coordinate e accordi globali sarebbero da preferire a decisioni unilaterali o azioni bilaterali fra stati.

Di questi risultati non riusciamo però a gioire fino in fondo perché operando per la cooperazione allo sviluppo in Africa constatiamo ogni giorno come sia il bilateralismo, aggravato da sfruttamento e speculazioni, a farla da padrone. I grandi investitori – Stati Uniti, Cina, Turchia, Emirati Arabi, Russia e Unione Europea – agiscono infatti secondo i loro interessi e questo è uno dei motivi che nel continente africano non consente che si realizzino politiche e azioni comuni per combattere fame e povertà, anzi finisce per alimentare conflitti e divisioni che sfociano in guerre e generano instabilità.
Mentre sembra non si riescano a trovano le risorse per fare fronte ai cambiamenti climatici nei paesi che ne soffrono maggiormente le conseguenze, la Cina, che si è chiamata fuori dalla COP 26 di Glasgow, promuove la sua via della seta fatta di iniziative infrastrutturali per collegare più di 60 Paesi in Asia, Europa e Africa. La Belt and Road Initiative cinese (BRI) crea crescenti livelli di dipendenza economica dei paesi coinvolti, soprattutto quelli africani, per via della loro incapacità ad onorare i debiti contratti per la realizzazione delle infrastrutture. Queste iniziative generano la cosiddetta «trappola del debito» che come un nodo scorsoio stringe alla gola i paesi africani.

Il bilateralismo imperante nei fatti continua ad alimentare “poteri locali forti” che per conservare predomini politici ed economici rifiutano alleanze e collaborazioni.
Per questi motivi è giusto promuovere e sostenere ogni occasione utile a generare relazioni e strumenti collaborativi fra più stati, come i global compact delle Nazioni Unite, fondati su principi condivisi, trasparenti e aperti al contributo di istituzioni pubbliche e private, fondamentali per perseguire gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Da questi accordi devono poi scaturire progetti e azioni realizzabili, per questo preoccupano le intese quando mancano di scadenze temporali certe che rendono impossibile valutarne gli esiti.

Siamo fiduciosi che dopo la strada segnata dal G20 a Roma, con la COP26 di Glasgow possa realizzarsi l’impegno di sostenere con 100 miliardi di dollari i paesi poveri, dall’America Latina all’Africa, che sono già colpiti dagli effetti nefasti dei cambiamenti climatici e non possono attendere.

Raoul Mosconi – Presidente CEFA
presidente@cefaonlus.it