La parola ai nostri cooperanti


CEFA ha avviato due filoni di intervento umanitario in Libia. Il primo riguarda la riabilitazione delle strutture sanitarie in alcuni distretti dopo che le stesse sono state distrutte a causa della guerra civile post rivoluzionaria.

A partire dal 2017, abbiamo operato in Libia riabilitando quattro  posti di salute di base a Sebha, nel Fezzan, garantendo l’approvvigionamento di medicine e presidi medici ad un ospedale pediatrico a sud di Tripoli e ci apprestiamo a lavorare su un ospedale nella città costiera di Zawiya. Gli interventi prevedono principalmente attività di formazione al personale ospedaliero e paramedico, donazioni di apparecchiature e medicinali ed infine campagne di  di sensibilizzazione sull’accesso ai servizi di base sanitari della popolazione migrante.

Il secondo filone di progetti è relativo ai centri di detenzione. In queste iniziative abbiamo  operato nelle strutture riconosciute dal Ministero dell’interno di Tripoli, cercando di assistere la popolazione detenuta attraverso la distribuzione di beni essenziali e generi alimentari a specifici gruppi vulnerabili (principalmente donne in allattamento e bambini). Grazie alle attività svolte la popolazione detenuta riesce ad accedere ad almeno servizi e beni di primissima necessità ed ad accedere al sistema di identificazione e monitoraggio attuato dalle agenzie ONU incaricate della gestione delle comunità di rifugiati e migranti presenti in Libia.

Parallelamente si sono svolte formazioni specifiche per il personale e le controparti locali sulla negoziazione dei conflitti, la tutela dei diritti umani, la protezione dell’infanzia e sui temi fondamentali per creare una nuova consapevolezza nella popolazione libica sui temi riguardanti la tutela dei diritti della popolazione migrante.

Abbiamo incontrato Mohamed, un nostro operatore, che direttamente da Tripoli ci riporta la sua testimonianza dal campo.

Ciao Mohamed, parlaci di te. In cosa consiste il tuo lavoro?

Sono un operatore attivo nel Centro di detenzione di Tarek El Sikka, dove assisto la popolazione detenuta. Sono responsabile delle valutazioni periodiche: mi occupo dell’invio di rapporti relativi ai bisogni essenziali dei migranti detenuti all’interno del centro; al contempo mi occupo della distribuzione di beni essenziali e generi alimentari.

Qual è la situazione attuale del conflitto?

I conflitti sono iniziati circa un anno fa nel Sud di Tripoli e si sono progressivamente intensificati interessando vaste aree della regione. I pesanti scontri e bombardamenti continuano a provocare centinaia di morti tra i civili e migliaia di sfollati

Che conseguenze ha il conflitto sul tuo lavoro?

L’area nella quale si trova il centro Tarek El Sikka non è al momento interessata direttamente dai bombardamenti, ma la situazione è in costante evoluzione. Durante gli scontri la corrente salta così come la connessione internet; lo stress fisico e mentale a cui siamo sottoposti è molto alto. La nostra sicurezza è per CEFA alla base di ogni azione: ogni giorno un referente per la sicurezza monitora lo stato di sicurezza e valuta assieme al responsabile del coordinamento se è possibile rendere operativo lo Staff per raggiungere il centro di detenzione e continuare così l’ attività di distribuzione e monitoraggio. Anche durante i nostri turni  all’interno del centro la situazione è costantemente monitorata.

Perchè per te è così importante continuare a collaborare con CEFA ed essere operativo in questo progetto?

Questo progetto supporta i migranti, le persone vulnerabili, le donne e i bambini, nonché le persone che non hanno alcun sostegno familiare. Il conflitto rende queste persone invisibili ed è di fondamentale importanza garantire loro visite regolari e continuare con l’attività di distribuzione. È un modo anche per me, di continuare a rendermi utile e a non abbandonarmi alla paura.

All’ interno del paese non finisce il nostro impegno per contrastare la diffusione del COVID-19.
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